In occasione della Giornata della Terra, la conferenza “L’impatto della moda sul pianeta” organizzata da Asa Tivoli SpA

 

Il 22 Aprile, una maratona di eventi dedicati alla sostenibilità in occasione della Giornata della Terra, organizzati da Asa Tivoli SpA. Si parte con la conferenza “L’impatto della moda sul pianeta” in cui sono intervenuti Gianni InnocentiAssessore all’Ambiente del Comune di TivoliTiziana Ottaviano, Presidente della Commissione Cultura, Turismo e Sport del Comune di Tivoli, Francesco Girardi, Amministratore Unico di ASA Tivoli SpA, Diana Geanina Butacu, Presidente de “La Fenice” Cooperativa Sociale, Barbara Molinario, Presidente Road to Green 2020 e Marina Condoleo, Responsabile Organizzativo e Affari istituzionali di Consumerismo che ha parlato delle eco mafie e del costo della manodopera negli stati che non hanno una legiferazione ad hoc per quanto riguarda le ore di lavoro e l’uso di materiali che non sono biologici. 

“Per Ecomafia si intendono tutte quelle attività criminali a danno dell’ambiente come lo smaltimento illegale dei rifiuti (che possono essere anche nocivi per la nostra salute oltre che per l’ambiente), l’abusivismo edilizio, tutte le attività illegali nel mercato agro alimentare, gli incendi boschivi e tutte le tipologie di traffico illegale”, ha spiegato l’Avv. Marina Condoleo. 

Si è proseguito, poi, con la prima edizione dello Swap Party – Ricicla, Scambia, Rinnova il cui scopo è sensibilizzare sul tema della riduzione dei rifiuti ed invogliare al riuso di abiti, accessori e scarpe ancora in buono stato. 

Un’ottima occasione anche per divulgare le funzionalità dell’app Junker che ogni giorni aiuta 3 milioni di italiani a differenziare correttamente i propri rifiuti.

In contemporanea alla conferenza, circa 500 bambini e ragazzi si sono impegnati in una serie di incontri di formazione e laboratori didattici dedicati al riuso creativo ed al riciclo.

L’impatto della moda sul pianeta

L’intervento del nostro Presidente è stato incentrato sull’impatto della moda sul pianeta. Ormai è un fatto noto: l’industria del fashion è fra le più impattanti, seconda solo a quella petrolchimica. 

 

 

È un dato allarmante:

Allo stato attuale, solo l’1% degli abiti viene riciclato. Solo con i lavaggi dei capi che facciamo quotidianamente, ogni anno rilasciamo nell’oceano circa mezzo milione di tonnellate di microfibre, l’equivalente di 50 miliardi di bottiglie di plastica. “La tintura dei tessuti, invece, risulta essere addirittura al secondo posto fra le maggiori cause di inquinamento dell’acqua pianeta. Basti pensare che per realizzare un paio di jeans ne servono 7500 litri”, ha dichiarato Barbara Molinario,

Problemi e soluzioni

L’8% delle emissioni serra sul nostro pianeta sono causate dall’industria del fashion, che conta 1,2 miliardi di tonnellate di CO2 emesse, superando quelle dovute al trasporto aereo o marittimo. 

“Negli ultimi anni, anche in conseguenza del Fashion Pack sottoscritto durante il G7 del 2019, sempre più marchi stanno effettuando una vera e propria transizione, adottando pratiche sostenibili come l’uso di tessuti biologici e riciclati, la riduzione degli sprechi e l’adozione di processi produttivi a basso impatto ambientale. Tutto questo perchè c’è sempre da tenere a mente che la produzione di tessuti richiede l’utilizzo di una grande quantità di acqua, energia e prodotti chimici, comporta il consumo di risorse naturali e l’emissione di gas serra, che contribuiscono al cambiamento climatico”, ha proseguito Barbara Molinario.

No al fast fashion

Come i fast food sono poco salutari per il nostro corpo, così il fast fashion è (molto) poco salutare per il nostro pianeta. Una quantità incredibile di abbigliamento e accessori a prezzi convenienti, realizzati con materiali di bassa qualità e processi produttivi economici ed altamente impattanti. I colossi del fast fashion sono i principali responsabili per le gigantesche discariche a cielo aperto come quella del Cile, dove vere e proprie dune di stracci stanno inquinando il deserto di Atacama; o gli enormi cumuli di abiti che si stanno ammassando in Ghana, in India e nel Bangladesh. 

 

 

Canapa e nuovi tessuti innovativi

Spazio anche per un excursus fra tessuti innovativi, fibre vegetali e sostenibili che si stanno facendo strada nel circuito moda. 

Al primo posto fra le materie prime più sostenibili per la realizzazione di tessuti c’è la canapa, la cui lavorazione richiede ancora oggi molto lavoro manuale… e questo è solo un vantaggio per l’ambiente. Per la sua lavorazione non è necessario l’utilizzo di sostanze chimiche e questo la rende più sostenibile rispetto ad altre fibre naturali. “La canapa, infatti, insieme alla tuta ed al lino, è una delle poche fibre che può essere definita ecologica anche quando non dispone di certificazioni tessili. È una risorsa rinnovabile e può essere coltivata in appena cento giorni. Inoltre, la sua resistenza alla trazione è otto volte superiore a quella del cotone e questo rende i tessuti in canapa molto più longevi” ha spiegato Barbara Molinario. 

I tessuti in canapa vengono frequentemente usati dai brand di moda sostenibile, sopratutto per realizzare borse, scarpe ed accessori. “Quella canapa è una delle tradizioni più antiche. Pensate che i primi materiali ricavati dalla canapa sono stati scoperti in tombe risalenti all’anno 8000 A.C.”, ha commentato Barbara Molinario.

La sua trama ricorda quella del lino ed è una fibra molto versatile che può essere intrecciata anche con altri materiali. Molto spesso, soprattutto nell’abbigliamento, viene mixata al cotone biologico per avere capi estremamente morbidi al tatto e confortevoli. 

Il Pinatex, ad esempio, è un tessuto ricavato dalle foglie della pianta di ananas. Viene prodotto dall’azienda spagnola Anans Anam. Le sue caratteristiche sono quelle di un materiale morbido, duttile e resistente che trova impiego nell’abbigliamento, negli accessori e nella tappezzeria. Per ottenere questa preziosa materia prima, viene utilizzata anche una bioplastica ricavata dal mais.

Il Bananatex è un tessuto tecnico perfetto per borse, accessori ed articoli da viaggio. Viene ricavato dalla fibra dei banani di agricoltura biologica coltivati negli altipiani delle Filippine. È stata l’azienda Svizzera QWSTION a curarne lo sviluppo. La particolare specie di banano da cui viene ricavata la fibra, l’àbaca, è una specie robusta ed autosufficiente che non richiede l’utilizzo di pesticidi o irrigazione. 

Un abito lussuoso e morbido come la seta? L’idea dell’Orange Fiber arriva direttamente dalla Sicilia ed è la prima fibra tessile artificiale di originale naturale, nonché la prima al mondo ed essere estratta da scarti della produzione di agrumi. È resistente e sostenibile, una promessa per il futuro della moda!