Dott. Vincenzo Callipo: “Capire la mente è il primo passo per fermare la violenza. Serve conoscenza clinica, empatia e consapevolezza”

 

Lo psichiatra e psicoterapeuta evidenzia come la violenza di genere abbia radici profonde, spesso invisibili, e richieda un approccio multidisciplinare per essere davvero compresa e prevenuta

 

 

Nel suo intervento alla conferenza “Voci e Azioni contro la violenza di genere”, tenutasi nella Sala Tatarella della Camera dei Deputati, il dottor Vincenzo Callipo, psichiatra e psicoterapeuta, ha affrontato il tema della violenza sulle donne da un punto di vista clinico e umano, sottolineando quanto sia fondamentale comprendere i meccanismi mentali, culturali ed emotivi che la generano.

“La violenza non è solo un fatto culturale o sociale, è anche un fenomeno che ha radici psicologiche profonde. Capirlo non significa giustificarlo, ma imparare a riconoscerlo e a prevenirlo.” Con queste parole il dottor Callipo ha aperto una riflessione ampia e complessa sul funzionamento della mente, ricordando che la comprensione delle differenze di genere nella salute mentale è ancora troppo limitata.

Ha sottolineato come, perfino nel campo medico, il 70% dei farmaci sia testato su uomini, ignorando le differenze biologiche e psicologiche femminili. “La salute mentale femminile segue dinamiche diverse, e anche le conseguenze della violenza sulla mente di una donna sono differenti da quelle sull’uomo. Le donne che subiscono violenza hanno una probabilità del 100% più alta di sviluppare condotte suicidarie, e spesso dissimulano il dolore in modo più raffinato e complesso. Questo rende difficile, per chi le ascolta, cogliere la gravità del trauma.”

Callipo ha spiegato come le donne traumatizzate fatichino a verbalizzare il proprio dolore, apparendo a volte contraddittorie o confuse, ma questo – ha chiarito – è un sintomo tipico delle conseguenze psicologiche della violenza. “Quando una donna racconta in modo frammentato o incerto ciò che ha vissuto, non è inattendibile: è traumatizzata. Il trauma modifica il modo di percepire, ricordare e raccontare la realtà.”

Il dottore ha insistito sulla necessità di una formazione specifica per chi lavora con le vittime, sottolineando che la prevenzione deve partire dalla conoscenza dei segnali clinici, spesso invisibili. “Chi subisce violenza non presenta sempre ferite visibili. Ci sono segnali emotivi, comportamentali, neurologici, che vanno riconosciuti. Serve un approccio multidisciplinare, in cui psicologi, psichiatri, assistenti sociali, medici e avvocati lavorino insieme.”

Callipo ha inoltre voluto sfatare un luogo comune diffuso: “Non tutti gli uomini violenti sono malati di mente. Spesso si tende ad attribuire una patologia psichiatrica per giustificare un comportamento criminale, ma nella maggior parte dei casi non si tratta di malattia, bensì di manipolazione e di esercizio lucido del potere. La violenza è quasi sempre una strategia di controllo.”

Nel suo intervento ha parlato anche del potere economico come forma di violenza, una dinamica subdola e diffusa. “Non esistono solo gli uomini che tolgono il denaro alle donne, ma anche quelli che creano dipendenza economica, che pagano, regalano, finanziano, fino a rendere l’altra persona incapace di autonomia. È una forma di manipolazione che distrugge l’identità.”

La riflessione si è chiusa con un messaggio forte e realistico: “Dobbiamo imparare a leggere la violenza nei suoi mille volti. Non è solo un pugno o un insulto. È un sistema di potere che si raffina, si adatta, si mimetizza. E per combatterlo serve conoscenza, empatia e rete.”

Barbara Molinario, presidente di Road to green 2020, ha commentato:

«Le parole del dottor Callipo ci ricordano che la violenza non è solo visibile, ma agisce in profondità. Capire la mente di chi subisce e di chi agisce violenza è fondamentale per costruire percorsi di prevenzione efficaci. Con il progetto Legal Love portiamo questa consapevolezza nelle scuole, per insegnare ai ragazzi a riconoscere la manipolazione, l’abuso e il rispetto. Solo attraverso la conoscenza si può cambiare davvero la cultura della violenza.»