di Veronica Timperi
La parola sostenibilità all’interno dell’universo della moda negli ultimi anni sta prendendo molto piede.
Qualche anno fa in un’intervista la stilista francese Marine Serre ha detto “essere sostenibile adesso, non è più una scelta bensì sopravvivenza”.
Forse non tutti sanno, soprattutto i ragazzi più giovani, che l’industria della moda è la seconda più inquinante del pianeta, dopo quella petrolifera. Ad esempio, i jeans sono uno dei capi più inquinanti della storia. La quantità di acqua che serve per produrre un paio di jeans è elevatissima, e va ad avere un impatto molto forte sul pianeta. Quindi possiamo dire che a seconda di come ci vestiamo, cambia il nostro livello di sostenibilità, quante emissioni di gas serra produce il nostro abbigliamento, e se siamo Carbon Neutral.

La moda si è dovuta adeguare a questa tipologia di discorso, e le aziende, tutte, stanno ripensando il loro sistema sia per la produzione, cercando di accorciare la filiera e di farla diventare a km 0, senza andare all’estero per continuare la produzione o per aggiungere delle piccole parti di produzione, ma soprattutto si sta cercando di ridurre le collezioni, che è una cosa importante.
Sembra banale, ma fino a prima della pandemia, ci trovavamo davanti a un sistema che parlava in maniera molto veloce di produrre capi, “See now, buy now”. Un sistema attraverso il quale noi vedevamo le cose dentro una sfilata e le potevamo ordinare il giorno successivo. Ed è una cosa che portava il sistema, soprattutto a livello del mercato di lusso, a ritmi forsennati: immaginate che per produrre una collezione più o meno si avevano sei mesi di tempo e parliamo sempre di Luxury. Prima, quando vedevamo una cosa esposta a gennaio, la trovavamo ad agosto dell’anno successivo. Con questo “see now, buy now” la produzione diventava sempre più forsennata, aumentavano i capi in circolazione, ed insieme ad essi, la domanda. Si stava generando un sistema consumistico allarmante. Con la pandemia ci siamo fermati un po’ tutti quanti, ed anche il sistema moda, che ha scoperto, insieme ai danni economici che sono stati provocati dallo stare fermi, anche quelli ambientali che stava facendo mentre era in attività.
Quindi, se per molte aziende era già in programma convertirsi e diventare green, finalmente il mercato ha effettivamente cominciato a cambiare la produzione, rimodulando tutta la questione del packaging, che è diventato più green, badando ai filati, al materiale, alla risorsa e a tutto quanto il processo che la genera. Ma, soprattutto, si è cominciato ad utilizzare anche fibre provenienti dal riciclo, dalla plastica, dalle bottiglie che sono in mare, da scarti ed eccedenze. Tutto questo cercando di dare una soluzione che possa essere concreta e tangibile nel tempo.
Dal punto di vista dei consumatori, le nuove generazioni hanno più consapevolezza di quello che vanno ad acquistare. Ricordiamo che la generazione Z rappresenta il 40% del mercato, e questa maggior consapevolezza li porta ad avere più cognizione di quello che si acquista e quanto possa durare quello che si va ad acquistare. Ad esempio, i maglioni che vengono acquistati si spera che durino almeno una decina di anni, quindi il nostro armadio è meno colmo, ma più durevole.
C’è una sorta di Vadevecum da seguire quando si apre l’armadio: uno, fare decluttering, cioè, prendere gli abiti che non si usano più, e disfarsene solo quando sono veramente lisi, altrimenti dargli una seconda opportunità. Come? In questo momento ci sono tantissime App online, come Vinted, Vestiaire Collective, Depop, che ci consentono di rimettere sul mercato i nostri capi, quelli che non sono da gettare via. Attraverso questo diamo loro una seconda opportunità.
Altra cosa che possiamo fare, quando i nostri capi non ci vanno più bene o vogliamo disfarcene, possiamo inserirli all’interno di contenitori che sono distribuiti sul nostro territorio, con la scritta “Svestiti con amore”, e un logo con il cuore, per raccogliere questi abiti non più utilizzati e distribuirli a scopo sociale.
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