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Spiagge come discariche, Legambiente: dieci rifiuti per ogni metro

26.06.2019
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Spiagge come discariche, Legambiente: dieci rifiuti per ogni metro

Più di cinque rifiuti per ogni passo che facciamo sulle nostre spiagge, dieci per ogni metro. Di ogni forma, colore, dimensione. E questa, è solo la parte visibile di un fenomeno di proporzioni ben più grandi e preoccupanti. I rifiuti in spiaggia e sulla superficie del mare, infatti, rappresentano appena il 15% di quelli che entrano nell’ecosistema marino, mentre la restante parte galleggia o affonda.

A fotografare il fenomeno è l’indagine Beach Litter 2019 di Legambiente che presenta anche quest’anno una situazione critica per molti arenili italiani: su 93 spiagge monitorate, per un totale di circa 400mila metri quadri (pari a quasi 60 campi di calcio) sono stati trovati una media di 968 rifiuti ogni 100 metri lineari di spiaggia (sono 90.049 i rifiuti censiti in totale).

Tra i materiali più rinvenuti sui nostri litorali, al primo posto c’è la plastica (81%) con 784 rifiuti ogni 10 metri e, per una spiaggia su tre la percentuale di plastica eguaglia o supera il 90% del totale dei rifiuti monitorati. Segue il polistirolo, e ancora tappi e coperchi di bevande (se ne trovano 1 per ogni metro di spiaggia), mozziconi di sigarette (è stato trovato l’equivalente di 359 pacchetti di sigarette in 9 km), cotton fioc (il 7,4% di tutti i rifiuti monitorati) e materiale da costruzione (con oltre 4mila rifiuti legati a sversamenti illegali in piena spiaggia).

E non manca l’usa e getta di plastica: ogni 100 metri di spiaggia si trovano 34 stoviglie (piatti, bicchieri, posate e cannucce) e 45 bottiglie di plastica. Sono oltre 10mila in totale le bottiglie e contenitori di plastica per bevande, inclusi i tappi (e anelli) censiti sulle spiagge, sostanzialmente la tipologia di rifiuti più rinvenuta in assoluto.

“La leadership normativa dimostrata dal nostro Paese, seppur apprezzabile non basta”, dichiara il presidente nazionale di Legambiente, Stefano Ciafani. “Ora – continua – è il momento di alzare l’asticella e recepire al più presto la nuova Direttiva europea con obiettivi e target di riduzione ancora più ambiziosi”.

Nel contempo, è necessario promuovere tra gli operatori economici e i cittadini un uso più efficiente delle risorse in favore di un’economia veramente circolare. “ E’ importante – spiega Ciafani – stimolare l’industria e le aziende a farsi carico di questa emergenza; aumentare la qualità della raccolta differenziata e del riciclo e guidare i cittadini e i consumatori a prevenire i rifiuti, a non abusare della plastica e adottare stili di vita più sostenibili”.

In effetti, la cattiva gestione dei rifiuti urbani si conferma la causa principale (per l’85%) della presenza dei rifiuti sulle spiagge italiane, assieme alla carenza dei sistemi depurativi e alla cattiva abitudine di buttare i rifiuti urbani nel wc (8%): si tratta soprattutto di cotton fioc, ma anche blister di medicinali, contenitori delle lenti a contatto, aghi da insulina, assorbenti o applicatori e altri oggetti di questo tipo che ritroviamo sulle spiagge. Pesca (non solo professionale, ma anche amatoriale) e acquacoltura sono responsabili del 7% degli oggetti monitorati. Tra i principali, figurano reti, calze per la coltivazione dei mitili, lenze e relative scatoline.

Le conseguenze sono devastanti. I rifuti in mare hanno impatti su tutti gli esseri viventi che vivono in contatto con l’ecosistema marino: tartarughe, mammiferi, uccelli. L’ingestione dei rifiuti di plastica in particolare, provoca soffocamento, malnutrizione ed esposizione alle sostanze tossiche contenute o assorbite dalla plastica stessa. In alucne situazioni, i rifiuti offrono un mezzo di trasporto alle specie aliene per raggiungere nuovi ambienti, al di fuori dei loro confini naturali, mettendone in pericolo la biodiversità, come riscontrato anche nel Mediterraneo.

Ma il problema più grande è che i rifiuti non scompaiono. Nei decenni che restano nell’ambiente, si degradano per mezzo di raggi UV, vento, moto ondoso e si frammentano in pezzi sempre più piccoli, impossibili da rimuovere e da individuare. E’ così che le microplastiche (frammenti di dimensione minore di 5 mm) trovano via facile per insinuarsi all’interno della catena alimentare e la contaminano.

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