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Fast fashion, ecopellicce e fibre biocompatibili. Cosa ne pensa l’ambiente del mondo della moda

9.11.2018
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Fast fashion, ecopellicce e fibre biocompatibili. Cosa ne pensa l’ambiente del mondo della moda

 

A Ecomondo, Barbara Molinario ha raccontato la sostenibilità nell’industria della moda, tra nuovi trend, falsi miti e il bisogno di una maggior informazione da parte del consumatore

 

 

 

Ecopelle, ecopelliccia, fibre naturali, fast fashion. Questi sono alcuni dei trend che negli ultimi anni hanno caratterizzato l’industria della moda, un settore che – per questioni di marketing o etiche che siano – sta cercando di muoversi verso una sempre maggiore sostenibilità ambientale. Un argomento molto ampio, e per certi versi anche controverso, che è stato affrontato anche ad Ecomondo, la fiera della green e circular economy, nell’intervento di Barbara Molinario, Presidente dell’associazione Road to Green 2020 e direttore di Fashion News Magazine, nell’ambito del convegno “Prevenire è meglio che trattare”, organizzato da E.R.I.C.A. Nel corso del convegno sono intervenuti anche Alessio Ciacci, Presidente di Acsel Spa, Andrea Vero, di Ant Revolution e Emanuela Rosio, Direttore di Erica. Hanno moderato da Roberto Cavallo, Vicepresidente Comitato Scientifico per l’attuazione del Piano di Riduzione e A.D. E.R.I.C.A. soc. coop e Mario Grosso, Membro Comitato Scientifico per l’attuazione del Piano di Riduzione e Politecnico di Milano.

 

“L’inquinamento dell’industria tessile è secondo solo al petrolio, con una produzione di gas serra maggiore rispetto a quella prodotta da tutti gli spostamenti navali e aerei del mondo. – Ha detto Barbara Molinario – I trend che caratterizzano il settore sono molteplici e spesso in antitesi tra loro, per questo è molto complesso riuscire a delineare un quadro chiaro ed esaustivo e, soprattutto, rispondere alla domanda se la moda oggi possa essere definita sostenibile. Secondo le ultime direttive europee, entro il 2025 anche i tessuti dovranno essere smaltiti e riciclati correttamente, e questo rappresenta un traguardo importante per tutti, soprattutto per l’ambiente. Il giro dell’economia circolare si può chiudere anche con la moda, dalla plastica ai tessuti, tutto si può rigenerare”.

 

ECOPELLICCE: SONO CRUELTY FREE, MA SONO ANCHE BIO?

Tra gli argomenti più controversi affrontati nel corso dell’intervento, la questione dell’utilizzo di pelli e pellicce per produrre abiti, scarpe e accessori è stato quello che ha destato maggiore interesse. Se, da un lato, la stilista Stella McCartney dichiara di utilizzare solamente ecopellicce cruelty free, di tutt’altro parere è la sua collega Samantha De Reviziis, nota anche come Lady Fur, che fa notare come le pellicce sintetiche siano, di fatto, spesso prodotte con fibre derivate dal petrolio, quindi non biodegradabili e certamente poco amiche dell’ambiente. Cruelty free, dunque, non è necessariamente sinonimo di sostenibilità ambientale, per questo motivo, secondo Barbara Molinario, ogni capo dovrebbe avere un’etichetta chiara e leggibile, che ne attesti le caratteristiche della composizione (fibre naturali o sintetiche) e se è biocompatibile, così da consentire al consumatore di scegliere con maggior consapevolezza se acquistare quel capo. La chiarezza della comunicazione è uno dei 17 obiettivi che le Nazioni Unite hanno individuato come prioritari, e che dovranno essere raggiunti entro il 2030, per la salvaguardia del pianeta.

 

FAST FASHION: COME PUÒ UN CAPO DI ABBIGLIAMENTO COSTARE SOLO POCHI EURO

Un altro trend molto diffuso negli ultimi anni è quello del fast fashion, capi alla moda acquistati per pochi euro, che durano per poco tempo, come se fossero magliette usa e getta. Ma come può un prodotto che deve essere seminato, cresciuto, raccolto, setacciato, filato, tagliato e cucito, lavorato, stampato, etichettato, impacchettato e trasportato costare solo pochi euro? Un j’accuse lanciato già qualche tempo fa dalla trend forecaster Li Edelkoort. Spesso si tratta di acquisti “inconsapevoli”, ovvero si ignora completamente cosa ci sia dietro un prezzo così basso. A Berlino è stato fatto un esperimento provocatorio, mettendo su una delle strade principali un distributore automatico che erogava magliette a 2 euro. Una volta inserita la moneta, prima di ricevere la T-shirt, sullo schermo appariva un breve filmato su come era stato possibile realizzarla a quel prezzo, mostrando immagini di lavoratori sfruttati, chiedendo, poi, se si volesse procedere con l’acquisto. La maggior parte delle persone sceglieva l’opzione “rinuncia”, a dimostrazione di come una maggior informazione sia determinante nell’orientare il comportamento di acquisto (QUI il video dell’esperimento).

 

FIBRE NATURALI, PRODUZIONI BIOLOGICHE E TESSUTI DA MATERIE DI SCARTO

Spesso scegliamo capi prodotti in fibre naturali pensando, così, di fare qualcosa di buono anche per l’ambiente. In realtà, questo non è sempre vero. Le coltivazioni di cotone sono responsabili da sole per il 24% dell’uso di insetticidi e per l’11% dell’uso di pesticidi, con un impatto ambientale non indifferente. Questo, però, non vale per tutti i coltivatori. Negli ultimi anni, un numero sempre maggiore ha deciso di optare per un’agricoltura biologica, più pulita, anche se spesso con una resa economica minore. Alcuni produttori, inoltre, hanno iniziato a realizzare fibre tessili partendo da materiale di scarto (organico e non), svolgendo un’importante azione anche in ottica di riciclo dei rifiuti. Alcuni esempi in questo senso sono: lo stilista Saverio Maggio che da vecchi ombrelli rotti ha realizzato un cappotto super glamour, una creazione che gli ha consentito di ricevere il premio Creatività da parte dell’associazione Road to green 2020; Blauer, che propone piumini imbottiti con piume riciclate; Orange Fiber, che trasforma gli scarti degli agrumi in splendidi tessuti; Half Century Jeans, che ha creato jeans indistruttibili, garantiti 50 anni, per scongiurare la moda usa-e-getta; Adidas ha ideato Parley Ocean Plastic, materiali innovativi ed ecologici creati a partire dal riciclo di rifiuti plastici raccolti in mare; Nike ha sviluppato un’app che consente di valutare il costo dei vari materiali in termini di uso di acqua e sostanze chimiche, così da scegliere la combinazione più green.

 

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